Rocco, un uomo di mare pieno d’amore

Rocco e il mare

Era una mattina di inizio Gennaio, di quelle col mare calmo, il cielo terso, e l’aria pungente. Abbastanza fredda da gelarmi le orecchie, ma non tale da impedirmi di portare avanti le mie abitudini. Ancora pochi giorni e sarei dovuto andar via dalla mia isola. Non potevo rinunciare così facilmente alla mia passeggiata mattutina, cercavo un buon caffè, i quotidiani del giorno, e qualche amico con cui scambiare il buongiorno.

Sceso da via Principe Amedeo, arrivato all’altezza dell’Ammiragliato, uno strillar di gabbiani in lontananza riempiva l’aria ancora silenziosa del mattino, attirando il mio sguardo. Li vedevo in lontananza, al seguito di un gozzo a motore che stantuffava ritmico come una vecchia “moka”. Si avvicendavano nella cattura degli scarti del pescato. E non senza beccarsi l’un l’altro per accaparrarsi il boccone migliore. L’uomo li lanciava per aria, infilando le mani in un secchio ed estraendone pezzi di pesce sbocconcellati.

I pescatori sono soliti calare le reti in mare all’imbrunire per salparle alle prime luci dell’alba. Capita però che i primi pesci a rimanere intrappolati nella rete muoiano e vengano assaliti da altri pesci; sia piccoli che grandi. Questi, quando il pescatore li estrae dalla rete, sono invendibili e finiscono gettati direttamente in mare oppure in un secchio; da dare appunto ai gabbiani al rientro in porto.

La scena meritava di essere vista più da vicino e così tagliando a metà la rotonda, attraverso per raggiungere la banchina dell’ammiragliato. Passato di fianco alla grande ancora che ne occupa il centro, evito per una volta di domandarmi il perché di quella unica isola d’asfalto in mezzo ai lastroni di granito, e vado oltre.

Arrivato sulla banchina però, qualcos’altro attira la mia attenzione. Affascinato dallo stormo di gabbiani, non ci avevo fatto caso prima. Rocco stava seduto al suo solito posto. La schiena dritta come sempre, le mani tese in avanti a poggiarsi sul bastone da passeggio, e lo sguardo fisso sul mare dell’arcipelago Maddalenino.

Lui e il granito della panchina erano un tutt’uno e sembravano lo sfondo fisso di una cartolina. Il silenzio faceva da cornice alla scena, dove il mare pareva una tavola di cristallo e l’isola di Santo Stefano, un bellissimo esempio di realismo pittorico; e non fosse stato per la barca e i gabbiani in movimento, avrei rischiato di crederlo.

Lo avevo già notato nei giorni precedenti, sempre lì, con gli occhi rivolti verso lo stesso punto dell’infinito, avvolto in un cappotto scuro di montone e un paio d’occhiali neri. Il volto, come una carta geografica e segnata da solchi profondi; uno per ogni emozione vissuta. La pelle, accartocciata come la busta di pane del giorno prima.

Un cugino, a cui mi ero rivolto per identificarlo, mi aveva dato il suo nome e messo a conoscenza che aveva 97 anni. Una buona parte trascorsi sulla barca da pesca, quando andare per mare era ogni volta un’avventura diversa. Con le previsioni meteo affidate ai gabbiani; le reti, da salpare a mano; e il motore in barca, un lusso per pochi.

Affascinato da quell’uomo e dalla sua storia, mi misi a sedere sulla stessa panchina e da lì cercai di capire quale fosse l’oggetto del suo interesse, se la barca col suo codazzo chiassoso di pennuti, o qualcos’altro.

Il ponente ci sferzava la faccia, ma il sole cominciava a intiepidirsi.

«Buongiorno capitano!» Esordii per rompere il ghiaccio. «Che fa di bello, Rocco ? Sogna di andare a pescare?»

La sua risposta fu il silenzio assoluto, che sommato a quello che ci circondava, amplificò l’effetto del mio disagio. Non un cenno, non una smorfia né una parola. Sembrava una statua di sale che all’interno celasse il suo mistero. Poi, senza distogliere lo sguardo dal mare, la sua voce roca e lenta ruppe la quiete della baia.

«Aspetto di andare a trovare mia moglie. Aprono le porte alle tredici, prima non mi fanno entrare».

Pochi giorni prima, sua moglie Elena aveva avuto un piccolo ictus ed era stata ricoverata in ospedale. Lui aspettava lì ogni mattina, fino che suo figlio Gigi non fosse passato a prenderlo per accompagnarlo. E tanta era l’impazienza, che nonostante mancassero ancora diverse ore, lui era già pronto sul posto.

«E cosa le dice quando va a trovarla ? Riuscite a parlare?»

«No» Rispose, con un movimento impercettibile delle labbra. La sua voce era uscita così ruvida e secca, che stavo per salutare e proseguire la mia passeggiata, quando lo sentii riprendere a parlare. Con una dolcezza inaspettata

«Mi siedo vicino a lei e le prendo la mano… Lei capisce lo stesso, cosa voglio dirle»

Rimasi talmente imbarazzato da quella testimonianza d’amore che non seppi più come continuare.

«Ne sono sicuro…» Farfugliai confuso.

Mi guardai intorno, cercando qualsiasi appiglio per poter proseguire il discorso cambiandone quella piega, ma non seppi trovare nulla di brillante.

«Ho notato che tiene lo sguardo fisso sempre sullo stesso punto» Osservai con uno sforzo intellettivo ben al di sopra delle mie normali capacità «Ma cos’è che guarda?»

«Guardo il mare». Rispose candido. E Lasciatomi tutto il tempo che serviva per vedere l’interezza della mia idiozia, un attimo dopo riprese a parlare.

«Non posso dimenticare la sua mano tesa. Ce l’ho sempre qui davanti agli occhi. Le dita… quelle dita allargate e ricurve, graffiavano l’aria nel tentativo di agguantarla» Mi disse.

Il suo volto rimaneva impassibile, ma la sua voce adesso era piena di sofferenza. Anche le sue dita si erano curvate sulla testa del bastone. Chiuse a pugno, lo stringeva forte per trattenere l’emozione, ma un leggero tremolio ne tradiva la consistenza.

«Cercava la mia mano, ma feci in tempo solo a vederlo scomparire. Un gorgoglio cinico, le acque che si chiudono, poi il silenzio; solo il silenzio, in quella notte maledetta! Non riuscì a prendere né l’aria né la mia mano. E io, non vidi mai il suo volto, non conobbi mai la sua storia…»

«Mi dispiace, però… insomma… mica è stata colpa sua» Balbettai, davanti a quei macigni.

La mia intenzione era quella di consolarlo, cercavo le parole giuste, ma lui per fortuna mi interruppe subito. Non credo che le avrei mai trovate.

«Era un uomo in difficoltà» Sentenziò severo. «Aveva bisogno d’aiuto! E io non sono riuscito a salvarlo. Solo questo conta»

E niente… Rocco era così: un uomo di mare, pieno d’amore

Antonello Bombagi ©


Informazioni su Antonello Bombagi

Nato a La Maddalena nel 1962, vive ad Alghero dove si è sposato nel 1994 con Irene, diventando padre di Lorenzo e Roberto. Divide la sua vita professionale tra il lavoro nell'azienda di famiglia e la scrittura. Copywriter, blogger, scrittore e giornalista, ama scrivere di ciò che vede, lo incuriosisce e lo appassiona, nel suo girovagare continuo alla ricerca di emozioni da vivere.

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