Finchè c’è vita c’è speranza e ognuno di noi ha il dovere di provare a cambiare ciò che non va bene. Soprattutto quando in gioco, c’è il futuro della città e dei nostri figli.

La prima e unica volta in cui sono andato a caccia, avevo undici anni. Finite le scuole, al seguito di mio zio Vincenzo, ero andato a trascorrere qualche giorno di vacanza a Bono; quel bel paesello sardo, ai piedi del monte Rasu, nel Goceano. Per me, che venivo dal mare, fu un’esperienza indimenticabile. Tutto era nuovo e mai visto; dal profumo dell’aria, ai colori, ai suoni; fino alla gente, alle loro usanze; così diverse da quelle che conoscevo.

Nelle case, ci si alzava molto presto; le donne preparavano il caffè e la bisaccia per i loro uomini, prima che uscissero per andare in campagna. Qualcuno andava a dorso d’asino, qualcun’altro andva a piedi accompagnandosi con un bastone. Un giorno, e non credo che fosse Domenica, anch’io, mi dovetti alzare prima che uscisse il sole; Bastiano, un amico dello zio, mi voleva portare a caccia.

Ci incamminammo che era ancora buio e fu un’esperienza forte, che ricordo ancora in modo nitido. Prima di allora, non ero mai uscito in compagnia di un uomo col fucile; e la cosa, mi emozionava parecchio. Bastiano ogni tanto sparava; anche se, credo, non avesse alcuna intenzione di prendere qualcosa, piuttosto, forse, di suscitare la mia ammirazione. Sul momento, mi spaventavo; strizzavo gli occhi e, con le mani, mi tappavo le orecchie; ma dopo, effettivamente lo guardavo con meraviglia. Mi dava l’impressione di un uomo forte, al cui fianco, potevi stare tranquillo. Così pensavo; almeno fino a quando, sulla via del ritorno, tra i filari di una vigna, vidi qualcosa che saltellava. «Guarda! Un leprotto! Laggiù… che bello!» Strillai. Ma prima ancora che potessi aggiungere altro, un colpo di fucile secco, spense sul nascere ogni mia parola.

In un primo momento, faticai a collegare quel suono inatteso e devastante col fatto che il povero animale si fosse improvvisamente accasciato a terra. Ci riuscii, soltanto, nel momento in cui, mosso dalla curiosità di vederlo più da vicino, corsi verso di lui. Lo trovai sotto un ceppo di vite, riverso su un fianco. Tremava tutto e un rivo di sangue, sottile, gli veniva giù da un angolo della bocca. Mi guardava di traverso, spaventato; senza che potesse muoversi, se non per gli ultimi respiri. E anch’io lo guardavo; con tenerezza, però; come se fossimo stati amici da sempre.

Accovacciato accanto a lui, cominciai a piangere e a chiedergli scusa. Non volevo che facesse quella fine e lo imploravo di fare un altro respiro; e poi un altro; un altro ancora. Ma invece, arrivò Bastiano che, afferratolo dalle orecchie, lo raccolse da terra e se lo appese a un gancio della cintura, spezzando in due, il suo ultimo respiro. Io, ancora chino, con la testa tra le ginocchia, per nascondere le lacrime, mi alzai lentamente; ripresi a seguirlo, ma non dissi più una parola.

Oggi, ripensando a questo episodio della mia infanzia, mi sorprende, rivedermi in una situazione analoga; anche se, solo per certi aspetti. E come me, chissà quanti altri di voi, ogni giorno, si ritrovano accovacciati accanto a questa nostra città, ferita a morte dall’ignoranza di cotanta classe politica. Ignoranza che genera, a cascata, comportamenti tanto deprecabili, quanto stupidi e inadeguati. Purtroppo, mai opportuni.

Eppure, solo alla morte non c’è rimedio. E allora fino a che questa nostra città avrà ancora la forza di fare un solo mezzo respiro, abbiamo il dovere di continuare a credere e sperare che qualcosa possa cambiare. Con la consapevolezza che il destino è nelle nostre mani e che noi e solo noi possiamo fare qualcosa per mutarlo. Dobbiamo trovare la capacità di immaginare un futuro nuovo, migliore. Dobbiamo trovare la forza di osare.

Qualche giorno fa, un nostro concittadino, Massimiliano Lepri, lo ha fatto. Alla guida di un gruppo di una settantina di altri concittadini, è volato pacificamente e silenziosamente, come una rondine solitaria, fino a S.Anna per manifestare all’amministrazione comunale, il suo dissenso rispetto alle condizioni in cui versa la nostra bella Alghero. Non c’erano partiti politici, non c’erano sindacati, non c’erano esagitati. C’erano soltanto comuni cittadini; consapevoli del loro diritto di far valere la propria opinione e desiderosi di prendere in mano il proprio destino. Senza aspettare, come molti, che le arance cadessero dal cielo.

La delegazione è stata ricevuta dal sindaco che li ha rassicurati, spiegando che quella sensazione sgradevole di vivere in una città prossima ad esalare l’ultimo respiro, è solo un’ impressione falsata. In realtà va tutto bene e ogni cosa è sotto controllo. Ma lui, chiuso nel suo palazzo, purtroppo, non ha colto il senso più vero, di quella rondine solitaria volata fino lì. Una rondine, infatti, non fa ancora primavera, ma significa che essa, è molto vicina.

Alghero Eco – 22 Marzo 2016

Antonello Bombagi © Tutti i diritti riservati

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