La vittoria più bella

La vittoria più bella

Una pistola, tre uomini e un magazzino da svuotare. Una folle corsa in auto, al limite della foresta. Poi l’inferno. Poteva essere la fine, ma invece…

La prima volta che lo notai, fu su un campo da rugby; qui ad Alghero, con indosso la nostra maglia giallorossa. Giocava un match di preparazione al campionato, tra una selezione Algherese ed una del Sinnai. La partita, in realtà, era poco più che un allenamento e non c’era tanta gente sugli spalti. Nonostante tutto, quando prendeva la palla, il pubblico esplodeva in un boato. Tutti tifavano per lui; lo incoraggiavano; lo incitavano ad andare in meta. E per un pelo, non ne fece una. Quel giorno, innegabilmente, fu proprio lui la vera attrazione. Fu così, che mi incuriosii di quel ragazzone alto e nero. Con un fisico da far invidia al David di Michelangelo, gli occhi buoni ed un sorriso disarmante. Solo più tardi, seppi dai miei figli, suoi compagni di squadra, che veniva dal Senegal e che ancora non capiva bene l’Italiano.

Ousman Fall, a scuola, non c’è mai andato. Nato povero, in una terra povera e lontana, fin da piccolo, aiuta i genitori a coltivare i campi. Come tanti, d’altronde, da quelle parti. Nel sud del paese, vicino al confine col Gambia, interi villaggi di etnia Wolof, sopravvivono coltivando arachidi, riso e un po’ di miglio. Almeno fino a quando ce la fanno; fino a che hanno braccia forti per lavorare la terra. Il problema nasce, infatti, quando queste vengono a mancare. Nel 2005, a 19 anni, perde il padre, stroncato da una malattia, e con il capofamiglia, viene meno l’unità familiare insieme a parte della mano d’opera. Il fratello maggiore, migra per la Spagna e lui si ritrova unico maschio a capo di quattro donne. La mamma e 3 sorelle.

Lui non è tipo da perdersi d’animo. Cerca un lavoro aggiuntivo e nel 2006 inizia a fare il guardiano notturno in un magazzino dove si vendono generi alimentari all’ingrosso. Il capannone dista dal suo villaggio circa cinque chilometri. Vicino abbastanza, da poter essere raggiunto, ma lontano da tutto ciò che aveva conosciuto fino ad allora. Tutto è nuovo e insolito e quando per la prima volta due banditi, lo attaccano per rubare le merci, ne rimane sorpreso. Prima di allora, non aveva mai conosciuto la cattiveria degli uomini. In ogni modo, lotta come un leone e pur da solo e senza armi, riesce a metterli in fuga. Non senza danno. Uno dei due, infatti, con un coltello, gli recide completamente il polso sinistro.

Si cura e si ristabilisce, riprendendo il lavoro di guardiano. Nello stesso tempo, vuole imparare a difendersi ed inizia ad allenarsi nella lotta. Non deve più farsi trovare impreparato. Ma, invece, ancora una volta, la cattiveria umana, lo coglie di sorpresa. E’ l’agosto del 2012 e nella calda notte africana, un vecchio Pick Up si avvicina al capannone a fari spenti. Scesi dall’auto, tre uomini attraversano velocemente il piazzale sterrato e polveroso. In un attimo, sono dentro al magazzino.

Lui, seduto al suo posto, non si accorge di nulla, fino che uno dei banditi, puntata una pistola alla tempia, gli intima di non muoversi. In tutta fretta, fanno razzia di merci e denaro; poi, prendendo Ousman in ostaggio, raggiungono il complice che aspettava fuori. Partono a tutto gas e, nell’oscurità, divorano le strade sterrate del Kaolack fino alla foresta; vicino al confine col Gambia. Qui si fermano e lo gettano fuori dall’auto; come un sacco di immondizia. Lo circondano in quattro e lo picchiano a sangue. Selvaggiamente. Di più: lo umiliano, gli rompono un braccio. Infine, una coltellata nella coscia e un avvertimento «Tu ostacoli il nostro lavoro. Stai attento, perché la prossima volta, dovremo ucciderti»

Con questa minaccia nelle orecchie, umiliato e gravemente ferito, riesce comunque ad avvertire il suo padrone di quel che è successo. Mai però avrebbe immaginato che proprio quell’uomo stava per scaraventarlo all’inferno. Prima lo porta in ospedale per curarsi, ma poi, lo denuncia alla polizia locale come complice del furto. Ousman, ha la coscienza a posto, ma purtroppo, in tribunale, questo non basta. Ci si va con gli avvocati e per ottenere la loro difesa, devi avere i soldi per pagarli. Tanti soldi. Forse pochi per il suo padrone, ma troppi per il guardiano di un magazzino che affida tutto quello che guadagna alla sua famiglia. Non gli serve molto tempo per pensare e capire che quella, per lui, sarebbe la fine di tutto.

Ancora una volta, però, non si arrende. Continua a lottare e decide di mettersi in salvo. Si sposta verso Est, nel confinante stato del Mali. Lì riesce a curarsi e, con piccoli lavori, a procurare qualche soldo per arrivare fino ad Agadez, una cittadella costruita nel bel mezzo del Sahara Nigeriano. Ancora qualche piccolo lavoro, nei campi o a vendere acqua, ancora fatica e sofferenza, fino a raccogliere la somma per potersi spostare in Libia. Sempre nel deserto, sempre nel Sahara. Quando ci arriva è già passato un anno da quella brutta notte, ma ancora sente l’eco della minaccia nelle orecchie, che lo spinge ad andare lontano; lontano dalla malvagità e da chi ha tradito la sua fiducia. Non ha una meta precisa, vuole solo allontanarsi dalla morte. Mettere in salvo la sua vita.

Si ferma a Sabah e ci rimane per un altro anno; esattamente fino a quando, sotto gli effetti devastanti della seconda guerra civile Libica, la situazione non diviene insostenibile. Ancora malvagità, orrore, terrore. Basta. Ousman, vuole vivere in pace e libero. E’ allora che raggiunge Tripoli, da dove dopo un mese e dopo aver pagato l’equivalente di quasi 600 euro ad uno scafista, si imbarca su un gommone della speranza. Non sa nulla dell’Italia, vuole solo andare aldilà del mare; per mettersi definitivamente al sicuro. Non sa cosa potrebbe trovare, ma sa cosa sta lasciando; si, questo lo sa perfettamente. E’ il 18 settembre del 2014, quando la Guardia Costiera Italiana, avvista il gommone stracarico di profughi ed in procinto di affondare. Li trae in salvo sbarcandoli a Lampedusa, da dove, dopo qualche settimana, li smistano in vari campi di accoglienza. Ousman, insieme ad altri, è destinato ad Alghero.

Il resto è storia nota. Almeno a noi. Le polemiche, i rigurgiti d’egoismo e ignoranza sulla presenza dei rifugiati ad Alghero; sulla loro ingombranza; sul fatto che mangino a sbafo, a spese nostre. Per fortuna, Ousman, non capisce ancora bene l’Italiano e tantomeno sa leggere un giornale, così, almeno queste nuove malvagità gli sono state risparmiate. Un giorno, mentre da Fertilia, viene verso Alghero, riconosce le urla concitate di qualcuno che combatte. O forse, gioca. Si avvicina curioso e scopre un altro pezzo di mondo. Trova un campo, con dei ragazzi che lottano per conquistare pochi centimetri di spazio; così come lui ha fatto per tutta la vita. Si sostengono, si incoraggiano; cadono e si rialzano, senza darsi mai per vinti. E quando l’avversario li costringe indietro, sono sempre pronti a ripartire. Senza paura.

E’ amore a prima vista. Per entrambi. Ora, Ousman, fa parte della grande famiglia dell’Amatori Rugby Alghero. Apprezzato e benvoluto da tutti, ha cominciato una nuova vita. E’ felice. Non chiede niente, non ha mai chiesto niente. Vuole solo giocare a rugby. Per lui, un nuovo capitolo della sua storia. Per il rugby e per lo sport, la vittoria più bella.

«Il futuro non è di chi difende una posizione, ma di chi ha il coraggio di perdere la propria»

Alghero Eco – 21 Dicembre 2015

Antonello Bombagi © Tutti i diritti riservati – bombagi.antonello@tiscali.it


Informazioni su Antonello Bombagi

Nato a La Maddalena nel 1962, vive ad Alghero dove si è sposato nel 1994 con Irene, diventando padre di Lorenzo e Roberto. Divide la sua vita professionale tra il lavoro nell'azienda di famiglia e la scrittura. Copywriter, blogger, scrittore e giornalista, ama scrivere di ciò che vede, lo incuriosisce e lo appassiona, nel suo girovagare continuo alla ricerca di emozioni da vivere.

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