Evviva la scuola semplice

Evviva la scuola semplice

Riaperte le scuole, riaffiorano subito i vecchi problemi. Insegnanti che parlano, alunni che non ascoltano. E la Sardegna scivola all’ultimo posto nella graduatoria Nazionale

Il primo lunedì di Settembre, per molti, è un po’ come se fosse un nuovo Capodanno. Un nuovo inizio. E così, mentre le case estive si chiudono, le strade che portano a scuola, ricominciano a essere frequentate dagli insegnanti che, per primi, dolorosamente, vi fanno ritorno. Gli studi professionali, di ogni genere e tipo, riprendono vita; le vigne cominciano a popolarsi di “tagliatori”, reclutati in una cerchia di fedelissimi, che può arrivare fino al terzo grado di parentela; gli artigiani ritornano alle loro attività e le strade, riacquistano l’aspetto abituale di sempre. Vuote ad Alghero e piene a Sassari, tanto per intenderci. Ma è anche il giorno in cui, per tanti di noi, si presenta l’occasione di un pronto riscatto alle frustrazioni della prima parte dell’anno. Agli impegni presi e non mantenuti del primo vero Capodanno.

E allora, ecco pronta la lista delle nuove promesse. Prima fra tutte, l’inizio della dieta. A volte, seguono “la palestra”, lo “smetto di fumare” e il famoso “cambio vita” . Ma Settembre, oramai, oltre che per i tanti nostri buoni propositi, è diventato il mese della riapertura della scuola. Quello che, un tempo, coincideva con il primo di Ottobre. Lo ricordo ancora, come fosse ieri. Pur, a dispetto di qualche decennio in più sulle spalle. Iniziava come una festa; si concludeva come una liberazione.

La fase preparatoria, senza dubbio, era la più bella e prendeva l’avvio, andando con la mamma a comprare un nuovo grembiule. Che poi, visto dalla nostra parte di piccoli scolari, significava soltanto che eravamo cresciuti; e questo, era quanto di più bello ci potesse accadere. Lo scoprivamo, con soddisfazione, guardando i polsi lasciati scoperti da quello vecchio dell’anno prima. Che non andava buttato, ma trasmesso a qualcuno più piccolo. Un fratello, un cugino, o il figlio dei vicini di casa.

Si continuava, poi, spostandosi in qualche grande magazzino dell’epoca, o in qualche cartoleria, a scegliere la cartella e il diario. A cui, seguivano, subito dopo, quaderni, penne, matite, gomme e temperalapis. Salvo ritornare indietro, a prendere la “Coccoina”. Nel corredo di inizio anno, non poteva mancare. Era lei la vera Regina. Quella colla bianca, in pasta, che stava in un barattolino grigio di alluminio, con al centro un piccolo pennello e che profumava tutto il nostro mondo.

Quando, finalmente, arrivava il primo giorno di scuola, era una festa per davvero. Il ritrovare i vecchi o nuovi compagni, insieme a quei profumi mai dimenticati, era davvero eccitante. A partire dai banchi di scuola, per finire ai nuovi libri di testo, era tutto un festival di effluvi e fragranze. Uno sniffare continuo; che continuava per qualche giorno, insieme alla gioia del rientro. Almeno fino a quando gli insegnanti non cominciavano, nel bene o nel male, a fare il proprio mestiere. Perché era lì, che cominciavano i dolori. Nello stesso punto in cui cominciano oggi, pur in un contesto che non è più, quello che vi ho raccontato. Perché nel frattempo, tutto è cambiato. Il mondo è cambiato. Tranne la scuola. O almeno non come avrebbe dovuto, o potuto; soprattutto in Sardegna.

E così prepariamoci ad una nuova stagione di cose che non riusciremo a capire. Ad affrontare colloqui con gli insegnanti dei nostri figli, che ci racconteranno di avere a che fare con una classe disastrosa. Ad abbandonare l’idea di comprendere tutte le parole che ci offriranno, col loro linguaggio forbito, per narrarci le gesta di questi inguaribili distratti, chiacchieroni maleducati e mai attenti, che durante le lezioni, siedono davanti a loro, ma guardano da tutt’altra parte. Senza che mai, tuttavia, siano sfiorati dal pensiero, che quando in una platea di venticinque persone, regna sovrana l’inquietudine, la responsabilità non è di chi ascolta, ma di chi non sa farsi ascoltare.

Che peccato! Un’altra occasione persa. Per l’ennesimo anno, rassegnamoci, saremo ancora maglia nera, nella classifica di “Taxpayer Italia”; la speciale graduatoria, pubblicata ogni anno dal Sole 24ore. Quella che mira ad evidenziare le regioni più o meno virtuose, nel rapporto tra tasse versate e servizi ricevuti. La Sardegna, guarda caso, nel settore istruzione, occupa l’ultimo posto. Fatto 100 l’indice medio, noi ci fermiamo appena a 4. La prima classificata, il Veneto, giusto per fare un paragone, ha un indice pari a 188. (fonte: infodata).

Non so se possa esserci un collegamento così diretto e immediato tra quella classifica e ciò che avviene nelle nostre scuole, fatto sta che stiamo per produrre un’altra generazione di giovani, che dovranno capire da soli e tardi, quali siano le loro vere inclinazioni. Che arriveranno al voto, senza avere una coscienza politica formata. Né, una sociale. Che arriveranno nel mondo del lavoro, forse, ma per fare camerieri e lavapiatti; senza nemmeno la possibilità di capire che se li pagano quaranta euro al giorno in nero, non gli stanno offrendo un’opportunità, ma sfruttando la loro incolpevole ignoranza.

Il Presidente Renzi, tra le tante cose strampalate che recita ogni giorno, dice che tutto parte dalla scuola. E per una volta, possiamo dargli ragione. Ma lì finisce. Perché non serve la “buona scuola”, serve invece una scuola semplice. Quindi, nuova. Nuova, nei suoi principi ispiratori, poi nei metodi e, infine, nel corpo insegnante. La buona notizia, tuttavia, è che ne avremmo facilmente la possibilità. I bambini curiosi, li abbiamo ancora, i bravi insegnanti, anche. Ne conosco molti e almeno uno, so essere di sicuro tra i miei cinque o sei fedeli lettori.

In fondo, non si tratta di lavorare di più, ma di farlo in modo diverso. Si tratta solo di cambiare prospettiva; di capovolgere il modo col quale si osserva il tutto. Le scuole non sono fatte per i docenti, ma per gli studenti; almeno tanto quanto, gli ospedali non sono fatti per i medici e gli infermieri, ma per i malati. E tutto, dovrebbe ruotare intorno alle loro imprescindibili esigenze.

Più semplice di così…

Alghero Eco – 06 Settembre 2016

Antonello Bombagi © Tutti i diritti riservati


Informazioni su Antonello Bombagi

Nato a La Maddalena nel 1962, vive ad Alghero dove si è sposato nel 1994 con Irene, diventando padre di Lorenzo e Roberto. Divide la sua vita professionale tra il lavoro nell'azienda di famiglia e la scrittura. Copywriter, blogger, scrittore e giornalista, ama scrivere di ciò che vede, lo incuriosisce e lo appassiona, nel suo girovagare continuo alla ricerca di emozioni da vivere.

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