Poi ho trovato la mia missione

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Ho iniziato le “elementari” a Macomer, un piccolo paese del centro Sardegna, dove esisteva una sola scuola. Era quella in cui mio padre svolgeva le funzioni di direttore didattico e dove, a sua insaputa, la maestra tiranneggiava gli alunni a suon di ceffoni e angherie di vario tipo.

Tutti tranne me, naturalmente. Ma io, bambino timido e ultrasensibile, ben presto cominciai a vivere una terribile avversione verso quella donna di cui oggi conservo solo l’immagine acida e sbiadita della sua figura: magra e vestita di nero. 

E così dopo una serie crescente di rimbrotti e scuse di vario tipo per saltare la scuola, a un certo punto comunicai alla mia famiglia di non volerci andare più. Furono le mie prime dimissioni.

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Naturalmente non furono accettate. Ma grazie a quell’azione mio padre potè scoprire cosa accadeva nella classe e dunque parlare con la maestra, che si moderò notevolmente. Per mia sfortuna l’anno successivo babbo ottenne il trasferimento ad Alghero e io non feci nemmeno in tempo a godere del favore dei miei compagni, a cui avevo risparmiato un bel po’ di ceffoni. Però all’età di appena sei anni, avevo già scoperto che…

aiutare gli altri mi rende felice.

A quel tempo ancora non sapevo che sarebbe diventata la mia missione, ma questo è quello che faccio per buona parte del tempo durante le giornate. E in particolare dal 2011 in poi, quando mi avvicinavo a compiere 50 anni. Un periodo in cui, dopo essere venuto fuori da alcune esperienze che avrebbero steso anche un elefante, presi la decisione di seguire le mie passioni fino in fondo. Guardandomi intorno, avevo capito che ciò che avevo vissuto e superato non era affatto banale e che molte persone avrebbero voluto seguire il mio esempio, ma non conoscevano la strada giusta per farlo. E così, in quel mondo che si avviava a vivere sempre più e peggio le sue paure, lanciai il mio messaggio positivo di speranza fondando una “no profit” a cui diedi il nome di “Io penso positivo

A distanza di anni posso dire senza paura di sbagliare che, spostando il focus primario delle mie preoccupazioni dall’ “io” agli “altri”, la mia vita è letteralmente cambiata. L’entrare in contatto con tante persone e con i loro problemi, avere la possibilità di aiutarli a trovare una strada diversa e migliore della precedente, fino ad avere il riscontro finale della loro rinascita, è stato qualcosa di unico, impagabile e arricchente. 

Oggi lo staff è composto da quelle stesse persone che per prime hanno beneficiato del contesto e sono Antonella, Annamaria, Marinella, Patrizia, Stefania, Tina e Titti. Un settebello rosa tutto positivo che ha reso possibile la creazione di una community di persone che abbraccia uno stile di vita improntato al benessere della persona e alla sua crescita interiore attraverso lo sviluppo dell’intelligenza emotiva e l’assunzione di un approccio positivo verso la vita in generale. Ma non solo, sempre grazie a loro, prendendo spunto da quella che fu la mia personale esperienza, abbiamo anche dato vita ad un gruppo di ascolto e auto aiuto (Ti m’aiuto).
 
Al suo interno le persone possono condividere con altri le proprie esperienze in un contesto alla pari e, attraverso il confronto, dare e ricevere quel sostegno grazie al quale superare le difficoltà e riavviare la propria crescita personale. Il tutto in un modo inusuale come lo è quello di accettare l’idea di aiutare gli altri (Ti aiuto) per aiutare se stessi (Mi aiuto). 

Seguendo il filo sottile dell’aiuto generoso che non si aspetta nulla in cambio, se non una bella gratificazione personale, sono arrivato alle soglie del 2020. Erano i giorni in cui Air Italy aveva annunciato la sua messa in liquidazione e Alitalia comunicava anch’essa la sua prossima fine e in quel frangente raccolgo il grido d’aiuto della mia comunità sarda. La Sardegna è un’isola e i collegamenti aerei sono il suo cordone ombelicale. Un qualcosa che la unisce al resto del mondo, cioè alla madre che nutre, cura, educa, istruisce, stimola e fa crescere.

Questo urlo dei miei conterranei mi è arrivato talmente forte che non ho saputo far finta di nulla. Sulla spinta della necessità di far qualcosa, Il 12 febbraio 2020 fondo il gruppo facebook dal nome provocatorio “Ora la compagnia aerea ce la facciamo noi!”. Dopo soli 2 giorni ci sono 13.000 sostenitori, dopo 4 più di 30.000, e dopo una settimana è già chiaro a tutti che l’evento non può rimanere soltanto una PROVOCAZIONE. Il 26 febbraio superati i 76.000 sostenitori, la stampa nazionale inizia ad occuparsi del caso. Dopo “Il Corriere” (leggi…) e il “Sole 24 ore” (leggi…) il clamore arriva perfino sui media cinesi (leggi…)

Non potevamo ancora sapere che una pandemia stava per abbattersi sulle nostre vite, ma di fatto il 9 marzo il lockdown spegneva il clamore sulla vicenda. Ma non la volontà di andare avanti. Impiegherò quel tempo a sviluppare il progetto, costruire relazioni, aprire nuovi gruppi di sostenitori. E l’11 giugno 2020, spinti da 82.000 sostenitori, a capo di altri nove coraggiosi ci riunimmo per dar vita ad un soggetto giuridico al quale affidare il compito di trasformare quel sogno in realtà. Nasceva “Compagnie Riunite della Sardegna” Società cooperativa. 

Il resto puoi leggerlo direttamente sul sito della compagnia